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QUANTO AMORE C’È NELL’INNAMORAMENTO?
«Ho capito che innamorarsi e amare erano due cose diverse quando sono diventata madre.»
Fino a quel momento, per me, amare significava sentire qualcosa di fortissimo. Pensare continuamente a una persona, desiderare di averla vicino, aspettare che mi cercasse. Se poi soffrivo, mi sembrava una conferma di quanto fosse grande quell’amore.
Con la nascita di mio figlio ho conosciuto un amore che prendeva forma in un altro modo. Imparavo a conoscerlo, mi occupavo di lui, cercavo di comprendere ciò di cui aveva bisogno. Lo amavo anche nella stanchezza, nelle giornate difficili, quando esserci richiedeva di mettere da parte quello che avrei voluto fare io.
Amarlo mi ha insegnato che cosa significasse conoscere una persona, avere cura di lei, esserci. Ho cominciato così a ripensare ai miei innamoramenti: quanto di questo c’era nelle relazioni in cui avevo investito tanto?
Quando mi innamoravo, ero assorbita da quello che una persona faceva sentire a me. Con mio figlio avevo scoperto quanto contasse anche ciò che io sapevo offrire. È stato questo a farmi capire che potevo desiderare qualcuno con tutta me stessa e sapere ancora pochissimo di come amarlo.
L’innamoramento mi accadeva, mentre amare richiedeva partecipazione: conoscere l’altra persona, ascoltarla, rispettarla anche quando era diversa da come l’avevo immaginata.
E allora ho cominciato a farmi una domanda scomoda: quanto spazio aveva quella persona nella mia vita, oltre al compito di farmi sentire amata?
Mi sentivo desiderata? Allora ero felice.
Mi cercava? Tornavo a piacermi.
Si allontanava? Il mio valore diventava improvvisamente una questione da discutere.
Mi accorgevo subito se una persona mi dava meno attenzione. Molto più difficilmente mi chiedevo se io sapessi ascoltarla, comprenderla, rispettare un desiderio diverso dal mio. Ero così presa da quello che succedeva dentro di me da lasciare poco spazio a quello che succedeva fra noi.
Quella persona mi piaceva e contemporaneamente mi piaceva la possibilità di sentirmi migliore attraverso di lei.
Le due cose si intrecciavano così bene che distinguerle richiedeva profondità e onestà. Potevo provare affetto sincero e affidare all’altro un compito enorme: compensare ciò che mi era mancato.
Desiderare amore, attenzione e presenza è naturale. Io, però, dalla risposta dell’altra persona facevo dipendere persino il valore che riconoscevo a me stessa.
Le memorie emotive entrano anche così nelle relazioni. Se hai dovuto conquistare attenzione, puoi ritrovarti a vivere ogni distanza come un invito a impegnarti di più. Se hai imparato che per ricevere amore devi renderti utile, puoi offrire tutto quello che hai e chiamarlo amore.
Io l’ho fatto. Comprendevo, aspettavo, mi rendevo disponibile, ma in quella disponibilità c’era anche un accordo di indebitamento implicito che l’altra persona ignorava: «Con tutto quello che ti do, tu resterai e mi amerai altrettanto».
Poi, se quell’accordo veniva disatteso, soffrivo. Peccato che l’avessi firmato soltanto io.
Ho dovuto allora guardare anche il mio modo di dare. Quanto ero capace di offrire liberamente? Quanto mi aspettavo che le mie premure obbligassero l’altra persona a ricambiarmi? Anche la generosità poteva diventare un modo per assicurarmi l’amore che desideravo.
Nel mio percorso, i Fiori di Bach hanno avuto un ruolo centrale nel lavoro su queste memorie emotive. Assumendoli, nel tempo ho sentito meno urgenza di cercare conferme e più libertà di valutare ciò che stavo vivendo.
Quella maggiore libertà mi ha permesso di dare più spazio alla persona che avevo davanti: ascoltare ciò che desiderava, riconoscere le nostre differenze, esprimere i miei bisogni. Potevo chiedermi che cosa sapessimo offrire l’una all’altra e se, insieme, riuscissimo a stare bene.
La maternità mi aveva insegnato a riconoscere l’amore nella cura quotidiana. Nelle relazioni ho imparato a guardare anche come quella cura veniva scambiata: il rispetto, l’ascolto, la presenza che riuscivamo a darci. L’intensità di ciò che provavo poteva così accompagnarsi alla consapevolezza di come stavamo vivendo.
E tu, oltre all’innamoramento, sai davvero amare?




