
Libera di scegliere, me.
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RESPONSABILE DI UN’ANIMA
Quando ho saputo che sarei diventata madre, il mio primo pensiero fu questo: da questo momento sono responsabile di un’anima.
Ed è una responsabilità enorme, che spesso viene fraintesa.
Perché essere responsabili di un’anima non significa possederla, decidere chi dovrà diventare o plasmare la sua vita secondo la nostra idea di bene.
Un bravo genitore non è soltanto quello che dà a un figlio un tetto sulla testa, un pasto caldo, un’istruzione e tutto ciò che serve per crescere.
Quello è accudimento. Fondamentale, certo. Ma essere genitori, per me, significa molto di più.
Significa contribuire a rendere un figlio autonomo, indipendente, capace di affrontare la vita, di badare a se stesso e, soprattutto, libero di realizzare ciò che è venuto a essere, a esprimere, a sperimentare su questa Terra. Il proprio daimon.
Ed è qui che la faccenda si complica.
Perché quel figlio non è una nostra proprietà e neppure un progetto da plasmare secondo la nostra idea di vita.
Io lo sento come un’anima che ci viene affidata.
Il nostro compito è darle struttura, confini, strumenti, presenza. Non decidere chi dovrà diventare.
Siamo custodi, non proprietari.
E per riuscirci serve qualcosa che nessuno ci chiede prima di diventare genitori: coscienza.
Tendiamo a crescere i figli attraverso ciò che abbiamo ricevuto noi. Ripetiamo paure, rigidità, insicurezze, aspettative, forme di controllo e le chiamiamo educazione semplicemente perché sono ciò che conosciamo.
«Con me hanno fatto così.»
Appunto.
Se quella rigidità ti ha fatto soffrire da bambino, perché dovrebbe diventare automaticamente il modo giusto di crescere tuo figlio?
Se dentro di te è ancora viva una memoria di paura, potresti proteggerlo così tanto da inibirlo e impedirgli di sperimentarsi.
Se hai imparato che per essere amato dovevi comportarti in un certo modo, potresti chiedergli, senza nemmeno accorgertene, di fare lo stesso: mostrarti le parti di sé che sai accogliere e nascondere quelle che ti destabilizzano.
E così l’amore diventa condizionato.
Il punto, spesso, non è ciò che un genitore pensa di voler trasmettere. È ciò che continua a portare nel proprio corpo emotivo e che entra nella relazione con il figlio prima ancora delle parole.
La paura può diventare controllo. La rigidità può diventare imposizione. Il bisogno di sentirsi necessario può trasformarsi nella difficoltà di lasciarlo andare.
Questa, per me, è la s-coscienza: continuare a trasmettere ciò che abbiamo ricevuto finché qualcosa dentro di noi diventa abbastanza cosciente da interrompere la catena.
Per questo credo che uno dei lavori più importanti di un genitore sia quello su se stesso.
Guardare ciò che ha ricevuto. Riconoscere ciò che gli ha fatto male. Trasformare le memorie che continuano a guidare le sue reazioni, senza processare né condannare chi è venuto prima.
Perché quando liberi te stesso, smetti gradualmente di chiedere a tuo figlio di vivere dentro i limiti delle tue ferite.
E forse la qualità del nostro essere genitori si vede davvero molti anni dopo.
Quando quel bambino diventa adulto e sa stare nel mondo. Sa scegliere. Sa affrontare la vita. Sa separarsi da noi senza sentirsi in colpa. E soprattutto sente di avere il diritto di diventare ciò che è, anche quando ciò che è non assomiglia affatto alla vita che avevamo immaginato per lui.
Forse essere responsabili di un’anima significa proprio questo: accompagnare un essere umano verso la propria libertà, fino al giorno in cui sarà abbastanza autonomo da scegliere una strada che potrebbe essere completamente diversa dalla nostra.
Può nascere da te, crescere con te, avere bisogno di te.
Ma non ti appartiene.




