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NON TI SOPPORTO PIÙ
“Non ti sopporto più” sembra una frase brutta, quasi crudele. In realtà, a volte, è la prima frase onesta dopo mesi o anni passati a chiamare amore una sopportazione che amore non era più.
Perché sopportare non significa amare meglio. Significa restare oltre misura. Significa abituarsi a ricevere poco, a giustificare troppo, a passare sopra a ciò che dentro fa male, pur di non perdere l’idea di quella relazione. E quando una relazione vive più di tolleranza che di presenza, qualcosa si è già spezzato, anche se nessuno ha ancora avuto il coraggio di dirlo.
Il copione spesso inizia piano. All’inizio provi a capire. Ti dici che l’altro ha un carattere difficile, che forse è stanco, che forse non sa comunicare, che magari ha paura dei sentimenti. Cerchi spiegazioni, costruisci ponti, interpreti silenzi, addolcisci sgarbi, ridimensioni freddezze. Fai tutto quel lavoro invisibile che nelle relazioni sane dovrebbe essere condiviso e che, invece, ti ritrovi a fare da solo.
Poi, senza accorgertene, inizi a diventare il contenitore dell’arroganza dell’altro. Lui risponde male e tu cerchi il motivo. Si allontana e tu ti chiedi cosa hai sbagliato. Ti punisce col silenzio e tu resti lì, a cercare una porta in una parete. Ti tratta a suo comodo e tu provi ancora a vedere il buono, il ferito, il nascosto, il potenziale.
Ed è proprio lì che la sopportazione diventa una trappola. Perché chi approfitta della tua paura non ha bisogno di urlare, comandare o dichiarare apertamente il proprio potere. Gli basta capire che tu hai più paura di perderlo di quanta ne abbia lui di ferirti. Da quel momento, il rapporto si sbilancia. Uno prende spazio, l’altro lo perde. Uno decide il clima, l’altro lo subisce. Uno concede briciole, l’altro le interpreta come segnali d’amore.
La parte più scomoda è questa: più sopporti, più l’altro si abitua. Si abitua alla tua disponibilità, alla tua pazienza, al tuo ritorno, alla tua capacità di assorbire. E allora ciò che all’inizio era uno sgarbo occasionale diventa un modo di stare nella relazione. Il distacco diventa normale. La freddezza diventa normale. L’egoismo diventa normale. Perfino il silenzio punitivo diventa una specie di linguaggio, dove uno comanda tacendo e l’altro si consuma cercando di capire.
Ma la sopportazione non è amore. Non lo è per chi sopporta, perché lo porta lentamente a tradirsi. E non lo è nemmeno per chi viene sopportato, perché gli permette di restare piccolo, comodo, arrogante, senza mai incontrare davvero il limite delle proprie azioni.
Questa è la parte che fa meno comodo dire: sopportare qualcuno non lo salva. Spesso lo autorizza. Gli insegna che può trattarti con sgarbo e trovarti ancora lì. Che può sparire e ritrovarti in attesa. Che può ferirti e ricevere comunque comprensione. Che può non dare amore e ottenere comunque presenza.
E tu, intanto, ti racconti che sei forte, paziente, profondo. Ma forse non sei più nella pazienza. Sei nella paura. Paura di essere abbandonato. Paura di non essere scelto. Paura di scoprire che quella persona non era speciale come avevi immaginato, ma solo molto abile a sfruttare il posto dei tuoi bisogni antichi.
Perché spesso chi sopporta non sta guardando davvero l’altro. Sta guardando ciò che sperava diventasse. Sta amando una possibilità, una promessa, una versione intuita all’inizio e poi difesa contro ogni evidenza. È come dire: “Se riesco a farmi amare proprio da chi non mi ama, allora forse questa volta vinco io”. Ma l’amore non dovrebbe essere una rivincita contro le vecchie mancanze. Non dovrebbe diventare il campo in cui provi a guarire ciò che un tempo non sei riuscito a ricevere.
A un certo punto, però, bisogna avere il coraggio di guardare il copione intero. Chi sopporta non è solo vittima. All’inizio subisce, spera, prova a capire. Ma poi, quando continua a restare pur sentendo che qualcosa dentro si sta spegnendo, partecipa anche lui alla messinscena. Non perché sia colpevole, ma perché protegge l’illusione. Preferisce soffrire dentro una storia conosciuta piuttosto che affrontare il vuoto di una verità semplice: quella persona non ti sta amando. Ti sta mostrando quanto poco è disposta ad amare.
“Non ti sopporto più”, allora, non è odio. È lucidità. È il momento in cui smetti di chiamare amore ciò che ti consuma. È il punto in cui capisci che comprendere non significa giustificare tutto, che aspettare non significa annullarti, che amare non significa diventare il tappeto emotivo di chi entra ed esce dalla tua vita a seconda del proprio bisogno.
I Fiori di Bach, in un percorso di consapevolezza emotiva, non servono a renderti più bravo a sopportare. Sarebbe una follia con il fiocco. Servono piuttosto a rimettere ordine nel corpo emotivo, a distinguere la cura dall’attaccamento, la pazienza dalla resa, l’amore dalla fame di essere finalmente scelto.
Perché quando arrivi a dire “non ti sopporto più”, non stai diventando cattivo, ma stai solo tornando a te.




