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La delusione dei fiori di Bach
2 Dicembre 2025Quando l’amore diventa bisogno: la guarigione interiore con i Fiori di Bach
Sai, a un certo punto della mia vita ho scoperto che ciò che chiamavo amore era in realtà un riflesso di bisogni antichi, rimasti sospesi nella mia bambina interiore. Credevo di amare, ma in realtà stavo chiedendo di essere amata, vista, scelta. Sotto ogni gesto premuroso c’era una paura che non avevo mai osato nominare: la paura di essere abbandonata, la paura di essere rifiutata ancora una volta. Mi sono accorta che ogni volta che mi donavo completamente, in realtà stavo cercando qualcuno che riparasse quel vuoto originario in cui mi ero sentita poco vista, poco amata, poco importante.
Quando ho iniziato a guardare davvero dentro, mi è arrivata addosso, tutta insieme, la memoria dell’abbandono. Non era solo la paura che qualcuno se ne andasse oggi, era la ferita di quando da bambina non mi sono sentita accolta come avrei dovuto, non mi sono sentita scelta fino in fondo. C’era un senso di rifiuto che non avevo mai ammesso neppure a me stessa, un sentirmi “di troppo” o “non abbastanza” che si era infilato sotto pelle. Così, nelle relazioni, non cercavo solo un partner: cercavo una madre che mi abbracciasse come non ero stata abbracciata, un padre che mi dicesse “io resto” come non avevo sentito dire. E mentre credevo di vivere una storia d’amore, stavo in realtà cercando di guarire una storia antica.
Per anni mi sono raccontata che il mio era “amare troppo”. In realtà stavo amando al posto di qualcuno che non c’era stato quando ne avevo più bisogno, e questo ha creato un cortocircuito. Davo tutto, ma non perché mi sentissi piena, lo facevo perché avevo paura di perdere anche quel poco che ricevevo. Ogni cura, ogni eccesso di disponibilità, ogni volta che mi mettevo da parte conteneva la stessa frase silenziosa: “Se mi impegno abbastanza, se non sbaglio, se ti capisco, forse mi amerai”. Non era amore libero, era amore in ostaggio alla mancanza d’amore che avevo conosciuto da piccola, era un modo disperato di tenere lontano il rifiuto.
Poi, a un certo punto, qualcosa si è incrinato. Ho iniziato a vedere che molte volte non stavo scegliendo davvero l’uomo che avevo davanti, stavo scegliendo il ruolo che poteva interpretare nella mia sceneggiatura interiore. Lo trasformavo, senza accorgermene, nel genitore mancante, nel salvatore che avrebbe dovuto proteggermi dall’abbandono. E mi sono resa conto che così nessuno dei due era libero: io vivevo nel terrore dell'abbandono, lui finiva intrappolato in un compito che non gli apparteneva. Non era una relazione alla pari, era un patto silenzioso: tu mi rassicuri che non mi rifiuterai, io ti do tutto me stessa. Ma in questo scambio l’amore respirava a metà.
La parte più dolorosa è stata riconoscere che non era una mia colpa, ma nemmeno un destino condannato a ripetersi. Era il modo più intelligente che la mia psiche aveva trovato, quando ero piccola, per sopravvivere alla mancanza d’amore. Avevo imparato che per non essere abbandonata dovevo essere perfetta, disponibile, comprensiva, pronta a sorreggere l’altro. E quella bambina spaventata, ancora convinta che se smette di essere “brava” verrà lasciata, ha continuato a guidare le mie scelte affettive per anni. Guardarla in faccia ha significato ricongiungere la donna che sono oggi con quella parte di me che era rimasta ferma nel tempo, ancora in attesa di qualcuno che tornasse a prenderla.
Da lì è iniziato il vero lavoro: smettere di rincorrere fuori ciò che mancava dentro. È stato un processo graduale, a volte dolce, a volte durissimo, in cui ho dovuto imparare a stare nei vuoti senza riempirli subito con una presenza, un messaggio, una promessa. In questo cammino, i Fiori di Bach, come rimedi naturali, sono stati per me alleati preziosi e indispensabili, strumenti sottili di trasmutazione che mi hanno aiutata a riconoscere le mie paure senza esserne travolta, a dare un nome alla sensazione di rifiuto, a sciogliere piano quella stretta allo stomaco che arrivava ogni volta che temevo di non essere abbastanza. Goccia dopo goccia, ho iniziato a sentire che qualcosa nella mia frequenza cambiava, che non cercavo più qualcuno che mi completasse, ma un modo diverso di restare accanto a me.
A poco a poco, mentre la bambina ferita veniva vista, ascoltata e accolta proprio da me, ho capito che non avevo mai avuto davvero bisogno di un partner che mi tenesse in piedi: avevo bisogno di costruire dentro di me un punto di riferimento stabile, una presenza interiore affidabile a cui potermi appoggiare nei momenti di sconforto, da cui poter rassicurare le paure di quella bambina spaventata, con cui colmare i bisogni di approvazione, riconoscimento, stima e fiducia che avevo sempre delegato agli altri. Dopo essermi spogliata di tutte le maschere, dopo aver guardato in faccia la mia nudità emotiva, ho iniziato a vedere l’altro per ciò che era davvero, non più come giudice che può rifiutarmi o genitore che deve salvarmi, ma come semplice essere umano con i suoi limiti e i suoi mondi interiori. In parallelo ho cominciato a notare in me un disinteresse nuovo, quasi sorprendente, per le conferme che arrivavano da fuori: non avevo più bisogno che qualcuno mi dicesse quanto fossi interessante, intelligente, bella o brava, perché avevo imparato a riconoscere da sola i miei potenziali e i miei limiti, senza sconti ma senza crudeltà. Ed è proprio in questo spazio, dove non cerco più nell’altro la prova del mio valore, che per me comincia l’amore vero: non come toppa su un vuoto, ma come fioritura naturale di una coscienza che ha finalmente scelto di stare dalla propria parte.





