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10 Novembre 2025Dalla vernice ai Fiori di Bach: la trasformazione che non sapevo di vivere
Avevo vent’anni e una Renault 4 bianca piena di ruggine. Non potevo permettermi di sistemarla, così un giorno presi dei barattoli di vernice e la ricoprii di fiori colorati. Non per estetica, non per ribellione: semplicemente perché la ruggine mi metteva tristezza, e io volevo bellezza al suo posto. Non sapevo spiegarmelo, ma fu naturale. Come se i fiori sapessero cosa fare, prima ancora di me.
Fuori sembravo una ragazza tosta, di quelle che non si fanno mettere sotto da niente. Ma a vent’anni portavo già sulle spalle quattro anni di vita da sola, e dentro ero un groviglio di rabbia, dolore, paure e insicurezze che non avevo gli strumenti per riconoscere. Allora lo chiamavo carattere, coraggio, forza. Oggi so che era sopravvivenza. Mi ostinavo a sembrare forte, ma in realtà stavo solo cercando di non cadere a pezzi.
Di quella macchina non avevo neppure le chiavi. Non potevo chiuderla, non potevo avviarla: la mettevo in moto “coi fili”. Rivedo il gesto e mi sembra di guardare me stessa: confini aperti quando avrei voluto protezione, partenze improvvisate quando avrei avuto bisogno di un avviamento gentile. Andavo avanti lo stesso, ingegnandomi, come fa chi non ha ancora imparato il proprio modo sicuro di partire.
A quel tempo non conoscevo i Fiori di Bach, non avevo idea che esistessero frequenze capaci di parlare alle crepe invisibili dentro di noi. Eppure è come se il mio inconscio stesse già tracciando una mappa. Un’auto-mobile è sempre un simbolo del sé in movimento nel mondo, del modo in cui procediamo nel nostro cammino. E io, senza saperlo, stavo dipingendo la mia evoluzione con i fiori, prima che i Fiori di Bach entrassero davvero nella mia vita.
La ruggine era la ferita. Io non sapevo ripararla, ma la trasformavo. Non la nascondevo, la “fiorivo”. Guardandola oggi, quella macchina mi commuove. Era goffa, vecchia, imperfetta, ma era vera, e lo ero anch’io. Ci muovevamo insieme, graffiati e liberi, su una strada che non immaginavo ancora quanto mi avrebbe cambiata.
A volte la vita ci manda segnali così chiari che diventano invisibili. Ti lascia indizi, piccoli frammenti di ciò che sarai, ma tu li capisci solo quando sei diventata quella versione di te che avrebbe saputo interpretarli. Oggi lo so: quel gesto non era un gioco. Era un anticipo. Era la mia anima che, senza teoria, provava già a fare ciò che poi avrei fatto per me e per gli altri: trasformare le ferite, non cancellarle.
Sono passati più di trent’anni da quella foto. Nel frattempo ho scoperto che la ruggine non era solamente sulla carrozzeria: era anche nel corpo emotivo. E ciò che allora cercavo di fare con la vernice, ancora oggi lo faccio davvero, ma dall’interno. I Fiori di Bach hanno trasformato quella ruggine in sostanza viva, hanno rimesso le chiavi nelle mie mani: confini che so aprire e chiudere, un avviamento che parte quando scelgo io. Hanno dato una lingua al dolore, una direzione alla paura, un respiro alla parte che fingeva di non tremare.
Forse nulla arriva davvero all’improvviso. Forse certe strade ci scelgono molto prima che noi le riconosciamo. E un giorno, anni dopo, ti volti indietro, guardi una vecchia foto, e capisci che tutto ciò che sei oggi, in qualche modo, era già scritto in un gesto semplice, innocente, apparentemente inutile. Quella macchina non era solo un mezzo per andare altrove. Era un messaggio che oggi so leggere.





