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"SONO TUTTI UGUALI"
Quante volte l’ho detto. Per anni ho avuto un sogno che, col tempo, ho capito essere anche un bisogno: crearmi una famiglia funzionale, quella che non avevo avuto. A vent’anni volevo una persona con cui costruire casa, quotidianità e futuro. Ci credevo davvero.
Mi impegnavo a essere affidabile, accogliente, leale. Ascoltavo, mi prodigavo, cercavo di non far mancare nulla a chi, dentro la mia idea di amore, speravo facesse lo stesso con me. I suoi problemi diventavano i miei, i suoi successi erano sostenuti anche da me. Dal mio punto di vista stavo facendo il meglio del meglio.
Tutto quel dare veniva dato per scontato. In certi casi perfino dovuto. Io diventavo il mobile robusto della relazione, mentre i miei obiettivi e il mio bisogno di essere sostenuta restavano sullo sfondo. Più offrivo presenza e più diventavo invisibile.
A quel punto mi chiedevo dove sbagliassi. Pensavo che forse avrei dovuto essere più leggera, più paziente, più qualcosa. Intanto l’album dei fallimenti relazionali si riempiva, una storia dopo l’altra, e ogni volta all’inizio sembrava diverso. Ogni partner pareva quello che avrebbe dato un senso al dolore precedente.
Poi la favola sbiadiva.
Arrivava il momento in cui chiedevo spazio per il mio mondo: i miei progetti, il mio modo di sentire, la mia visione della vita. Finché sostenevo l’altro ero preziosa; quando chiedevo reciprocità, diventavo troppo.
Alla fine venivo lasciata, oppure la relazione si svuotava. Ogni volta si riapriva la stessa ferita antica: rifiuto, abbandono, fallimento, colpa, quella sensazione di essere sbagliata nel punto in cui avrei voluto essere amata. Cambiavano i volti, le promesse, ma il finale aveva sempre lo stesso sapore.
A un certo punto è facile dire: sono tutti uguali.
È una frase che dà sollievo, perché sposta il problema fuori. Se sono tutti uguali, io sono solo una persona sfortunata. E una parte di me ci ha creduto per anni, perché mi proteggeva da una domanda più dolorosa: che cosa avevo imparato a chiamare amore, se continuavo a dare tanto, a volte tutto, per arrivare sempre allo stesso epilogo?
La svolta è arrivata quando, dentro un dolore che sembrava l’ennesima fine, si è aperto uno spiraglio di lucidità. Ho smesso di guardare solo l’ultimo partner e ho iniziato a guardare la trama. Lì è stato meno comodo, perché la trama parlava delle mie scelte inconsapevoli e del bisogno di crearmi quella famiglia a qualunque costo.
Ero diventata quella che tiene insieme tutto: comprende, alleggerisce, trova soluzioni, resta anche quando avrebbe bisogno di appoggiarsi. Mi prendevo carico dell’altro e mi mettevo in fondo alla fila. Chiedevo poco, quasi niente, poi chiamavo amore qualche briciola di tempo e considerazione.
Questo è il punto che fa male, ma libera: certe persone non sembrano giuste, sembrano conosciute. Toccano una memoria antica in cui l’amore va meritato, l’attenzione va conquistata e il valore passa da quanto si regge per l’altro. Da adulti possiamo scambiarla per chimica, destino, ma in realtà è solo il vecchio copione che ha cambiato faccia.
Arriva un giorno in cui la favola non regge più. Si può continuare a dire che gli altri sono tutti uguali, oppure chiedersi quale parte di noi li riconosce così in fretta. Ho dovuto guardare le mie ferite originarie e smettere di chiamare amore ciò che era bisogno e paura di perdere l’altro.
Quando ho trasformato quelle memorie, qualcosa è cambiato davvero. Il mondo non si è popolato di persone migliori: io ho smesso di sentire familiare ciò che prima mi agganciava e ho iniziato a costruire in me ciò che avevo sempre cercato fuori.
Forse non sono mai tutti uguali.
Forse siamo noi a entrare sempre dalla stessa porta, convinti che stavolta conduca altrove.
Il vero cambiamento comincia lì: quando smetti di accusare il mondo e inizi a riconoscere la parte di te che ha chiamato casa ciò che, in realtà, era solo una vecchia ferita arredata meglio.





