
Alcune ferite non sono tue
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DA DISPONIBILE A IRRAGGIUNGIBILE
Forse oggi sei una persona riservata, autonoma e gli altri ti vedono come una che sa stare da sola, che non rincorre e non si espone troppo. E forse una parte di te si è abituata a questa immagine, perché stare nel tuo spazio ti dà protezione. Il punto è che non sempre quella chiusura nasce da una natura solitaria. A volte nasce da una ferita: tendi a isolarti perché, quando eri disponibile, quando davi, quando c’eri davvero, gli altri ti hanno usata e data per scontata, senza reciprocità.
Perché, prima di diventare così, eri l’opposto. Eri la persona che capiva, quella che sentiva l’umore degli altri, che si adattava, che faceva spazio, che passava sopra ai propri bisogni per evitare tensioni e non rischiare di incrinare il legame. Non lo vivevi come una rinuncia, almeno non subito. Ti sembrava naturale, come se amare significasse proprio questo: esserci, accomodare, anticipare, comprendere e rinunciare.
Sotto questo modo di stare nelle relazioni c’è una paura precisa, anche se non la chiami con queste parole: la paura che, se ti opponi, se metti un limite, se dici no, l’altro si raffreddi, si allontani, smetta di considerarti. La paura che l’amore si ritiri. E allora, per tenere saldo il legame, impari a diventare facile da amare: disponibile, comprensiva, presente, poco ingombrante. Il problema è che, a lungo andare, questo modo di amare ti porta fuori da te. Ti fa stare in ascolto di tutto, tranne che di quel punto interno in cui senti quando qualcosa per te non va bene.
All’inizio questa strategia sembra funzionare. Gli altri ti cercano, si affidano a te, ti considerano importante, spesso indispensabile. Ma indispensabile non vuol dire amata, e cercata non vuol dire vista. Prima o poi questa differenza presenta il conto. Arriva con una stanchezza e con quel sapore amaro che resta quando ti accorgi di aver dato molto e di non esserti sentita incontrata. Ti rendi conto che eri preziosa per ciò che offrivi, ma meno per la tua verità e per il tuo bisogno di essere accolta.
Ed è lì che qualcosa cambia: ti ritiri. Smetti di dare accesso così facilmente a quella parte buona, tenera e disponibile che troppe volte è stata presa, usata, data per scontata. A quel punto la tua chiusura non è cattiveria ma protezione.
Il guaio è che questa protezione costruisce un muro. Ti mette al riparo da chi potrebbe approfittarsi di te, ma ti allontana anche da chi potrebbe vederti. E così rischi di restare intrappolata in un paradosso doloroso: ti chiudi per non essere usata, ma chiudendoti diventi meno raggiungibile anche per chi non vorrebbe usarti. Ti dici che stai bene così. E in parte è vero, ma sotto quella sicurezza c’è ancora la stessa fame di prima: essere amata senza dovertelo guadagnare.
È qui che si vede bene il movimento interiore: prima ti davi per non perdere il legame, poi ti chiudi per non perdere te stessa. Sembra un cambiamento enorme, ma la radice è la stessa. Prima ti adattavi perché temevi l’abbandono. Adesso ti proteggi perché temi di essere di nuovo usata e non vista.
Per questo il punto è sciogliere quel meccanismo di fondo che ti ha portata prima a compiacere e poi a ritirarti. E quel meccanismo non si scioglie solo con la testa, perché nasce nel corpo emotivo.
È proprio su questa frequenza che lavorano i Fiori di Bach. Aiutano il sistema emotivo a lasciare quella convinzione per cui l’amore costa sempre qualcosa. Quando questa frequenza cambia non senti più il bisogno di piegarti per essere accolta, ma neppure di chiuderti per sentirti salva.
E allora impari a restare in relazione senza scomparire, a dare senza vivere l’apertura come un pericolo. Smetti di oscillare tra adattamento che consuma e isolamento che spegne.
La domanda è: quale parte di te stai ancora tenendo chiusa per paura che la tua bontà venga di nuovo accolta per comodità?
Perché tu sei fatta per restare intera, anche dentro una relazione.





