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HAI ASSOLTO, NON HAI PERDONATO
Per anni ho creduto di aver perdonato. Lo credevo davvero, perché avevo capito che chi mi aveva ferita, forse, non lo aveva fatto con piena coscienza. Avevo capito che anche loro avevano subito, a loro volta, ferite, mancanze, rigidità e incapacità d’amare.
E così avevo fatto quello che oggi chiamo falso perdono spirituale. Avevo preso una verità a metà e l’avevo trasformata in assoluzione. Mi dicevo: “Non potevano fare diversamente”. “Anche loro hanno sofferto”. Frasi anche vere, per carità, ma una mezza verità diventa una bugia vestita bene.
Perché il punto è questo: avevo assolto, non avevo perdonato.
Per assolvere intendo trovare una spiegazione all’altro. Significa guardare la sua storia, le sue ferite, i suoi limiti, la sua inconsapevolezza e giustificarlo. Ma perdonare è un’altra cosa. Perdonare non significa cancellare il torto, né mettere una copertina rosa glitterata sopra ciò che dentro sanguina ancora.
Perdonare, se arriva davvero, significa che quella memoria non governa più il corpo emotivo. Non è dire “va bene così”, ma non sentire più il dolore di quella ferita.
Il problema della retorica New Age è che fa sembrare il perdono un atto di volontà. “Scegli di lasciare andare”. “Perdona e sarai libera”. “Non restare nel rancore”. Bello, pulito, vendibile. Peccato che il corpo emotivo non obbedisca agli slogan. Puoi anche dire cento volte “io perdono”, ma se dentro sei ancora arrabbiata, umiliata, spaventata o triste, non hai perdonato: hai solo messo un cerotto spirituale sopra una ferita aperta.
E qui arriva l’inganno più sottile. Perché quando ti convinci di aver perdonato senza aver attraversato il dolore, smetti anche di ascoltarti. Non senti più la rabbia, non senti più il senso di ingiustizia, perché “tutto accade per una ragione”. E così, mentre credi di essere libera, spesso stai solo diventando molto brava ad abbandonare te stessa.
Io l’ho fatto. Ho giustificato, compreso, dato spiegazioni a mancanze, assenze, aggressività. Ma in tutto questo avevo dimenticato la domanda più importante: e io? Io dove finivo, in tutta questa grande opera di comprensione universale? Che cosa ne facevo del mio dolore? Dove mettevo la rabbia ingoiata? Dove mettevo la tristezza di fondo che intanto si era seduta dentro di me come una coinquilina abusiva?
A un certo punto ho capito che non potevo più continuare a chiamare perdono quello che era solo adattamento spiritualizzato. Dovevo smettere di guardare solo le ferite degli altri e tornare alla mia, perché una ferita non sparisce se smetti di guardarla, anzi: diventa scelta sbagliata, relazione ripetuta, fame d’amore, incapacità di difendersi, attrazione per chi ti conferma la stessa antica mancanza.
È stato lì che i Fiori di Bach mi hanno aiutata a entrare più onestamente nelle mie memorie emotive, a dare voce a parti di me che avevo zittito per anni. Mi hanno accompagnata in un processo lento, concreto, a volte scomodo, ma essenziale: vedere, sentire, piangere, nominare, trasformare.
Perché prima di perdonare bisogna riconoscere il torto subito e dire: “Avevo bisogno di protezione, presenza, amore, rispetto”. “Quella parte di me non andava corretta, andava accolta”. Solo allora qualcosa comincia a sciogliersi, perché finalmente hai smesso di ignorare il tuo dolore.
E poi arriva il passaggio più difficile: lasciare andare le memorie dei torti subiti senza negarle. Significa che l’adulta prende per mano la bambina interiore e le dice: “Ora ci sono io. Ora ti vedo io. Ora non devi più mendicare amore dove non c’è”.
Perché quella bambina, se non viene vista, continua a cercare fuori ciò che allora non ha ricevuto.
Il perdono vero, se arriva, arriva dopo essersi presi cura del dolore subito. Non è assolvere l’altro, ma liberare te stessa dal potere che quella memoria continua ad avere sulla tua vita.
Allora la domanda non è: “Hai perdonato?”, ma: “Hai smesso di abbandonarti per giustificare chi ti ha ferita?”





